Pagina 8-9 - Trieste Prima 2012

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visiva”
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,
idee probabilmente evocate
dalla predilezione di autori quali
Borodin, Mussorgskij, e Rimskij-
Korsakov. Un altro gesto e la clessidra
è nuovamente capovolta. Negli altri
brani in programma il 29 ottobre
infatti la sabbia del tempo fluisce
rifluendo altrettanto inesorabilmente.
Se l’ambiente musicale russo della
seconda metà dell’Ottocento caro a
Ravel era ricco di spunti extramusicali,
spesso fiabeschi, non è forse un caso
se, un secolo dopo, la compositrice
russa Sofia Gubajdulina concepirà
un proprio mondo poetico anch’esso
ricco di istanze espressive legate ad
altri ambiti. Spetta a lei capovolgere
la clessidra, e scrivere Dancer on a
Tightrope: brano che evade la realtà,
all’inseguimento di una leggerezza
altra, di un mondo diverso. La stessa
premessa vale per José Manuel
López López: nei quattro minuti di
In memoriam Joaquìn Homs (2005)
cerca la stessa, eterea propositività.
Sebbene il milieu musicale da cui
nasce Fremde Szene III (1983-84) di
Wolfgang Rihm sia del tutto diverso
da quello di Sofia Gubajdulina, il
brano del compositore tedesco
condivide con Dancer on a Tightrope
la stessa urgenza espressiva. In
Melencolia I (1980) Salvatore Sciarrino
percorre “lontananze spirituali”
simili a quelle di Rihm, giungendo
però a esiti opposti, costringendo le
proprie immagini sonore in una sorta
di “spoliazione” ai limiti del silenzio,
ben diversa dai parossismi sonori
del compositore di Karlsruhe. Se nel
lacerante neo-espressionismo di Rihm
la lontananza di un mondo perduto
trova un riferimento in Schumann,
in Sciarrino il suo caratteristico
mortificarsi” nasce dall’enigmatica
incisione di Albrecht Dürer ricordata
nel titolo stesso dell’opera.
Le rovine della città romana di
Miróbriga” sono “l’ultimo luogo dove
l’immaginazione può far passeggiare
i Romani in toga, chiacchierando
dei raccolti e della Roma lontana”
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.
Capovolgere la clessidra, quindi,
crediamo significhi anche far
riemergere l’esplorazione di mondi
compositivi poco frequentati,
tenacemente perseguiti da Giampaolo
Coral: il 5 novembre sarà il Grupo de
Musica Contemporanea de Lisboa a
presentarci il meglio della produzione
musicale portoghese, dove le opere di
Clotilde Rosa (1930), Jorge Peixinho
(1940-1995),
João Madureira (1971) e
Carlos Caires (1968) rappresentano il
percorso dal Secondo Novecento ad
oggi dal punto di vista di una delle
più particolari periferie d’Europa. Pure
suggestioni letterarie?
A quattro giorni di distanza soltanto,
la periferia d’Europa che percorriamo
è quella opposta al Portogallo:
l’estremo lembo orientale, la Russia.
Il 9 novembre viene proposto un
recital pianistico, con in programma
l’integrale dell’opera pianistica di
Sofia Gubajdulina, la compositrice
già sfiorata dal Fontanamix in
precedenza. Protagonista della
serata, la pianista Letizia Michielon,
che descrive l’operato di Sofia
Gubajdulina nella “vocazione
bifrontale” del rielaborare “in modo
personale la tradizione occidentale e
quella orientale”. L’opera pianistica di
Sofia Gubajdulina verrà esaltata nella
propria ambivalenza dalla presenza
in programma dell’ “orientale” Toru
Takemitsu e dell’ “occidentale” Olivier
Messiaen, autori di polarità diverse,
ma di comuni intenti spirituali.
La commissione di una prima
esecuzione, costante nelle varie
edizioni del festival succedutesi negli
anni, fluisce quest’anno su Klanglicht,
della stessa Letizia Michielon.
Anche il concerto seguente propone
delle prime esecuzioni, commissionate
a Rocco Abate e Alessandra Ravera:
la musica contemporanea italiana
ha infatti sempre occupato un posto
importante nella programmazione
del festival. Il 16 novembre il New
Made Ensemble di Milano ne presenta
alcuni recenti protagonisti, tra cui
il già citato Rocco Abate, Sonia Bo,
Giuseppe Colardo. La fluidità a cui
s’accennava all’inizio può essere
letta anche sincronicamente, entro
la musica stessa: la domanda posta
dalla postmodernità – ‘perché non far
coesistere mondi musicali eterogenei’
ha ancora senso? In due parole,
un autore, oggi, deve continuare a
scegliere – per citare Jean-Jacques
Nattiez – tra musica poietico-
centrica e musica estesico-centrica
o si dà quest’ultima per acquisita?
Le risposte che ci giungeranno dal
presente concerto ci aiuteranno
a comprendere, almeno in parte,
la situazione italiana. E ancora: la
presenza di John Cage, doverosa
nell’anniversario di quest’anno,
può aiutarci a capire? Può essere
messa in relazione con il problema
e, cageanamente, “insegnarci ad
evitarlo”?
L’eterno fluire dei granelli di sabbia
nell’ampolla ci riporta a quell’apertura
verso l’Est europeo che orientò il
festival nell’operato di Coral e sulle cui
tracce ci incamminiamo riproponendo
l’ensemble MD7 di Lubiana, più
volte proposto dallo stesso Coral
nelle passate edizioni. Il programma
presentato, che concluderà la
stagione di quest’anno il 19 novembre,
spazia da Violab di Nenad Firšt a
Timber-line di Pavel Mihelcic, sino a
Tlesk vode (Lo scroscio dell’acqua)
di Tadeja Vulc e Nutcase di Mihael
Paš, riunendo in quattro pezzi tre
generazioni di compositori sloveni, e
tracciando i fluenti contorni evolutivi
del pensiero musicale contemporaneo
d’oltreconfine; accanto ad essi,
qualche passo più in là, la Romania,
con Centrifuga di Doina Rotaru, e
l’Ucraina, con Three Ascents to the
Identity di Julia Gomelskaja.
Corrado Rojac
5.
Mario Bortolotto, Fase seconda, Adelphi, Milano 2008, p.38.
6.
José Saramago, Viaggio in Portogallo, Einaudi, Torino 1999, p.504.
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