Demoni e fantasmi notturni della città di Perla
Per molti anni ho pensato e creduto che molti compositori definiti "storici" e riconosciu– ti cli fama internazionale, fossero gli unici modelli eia seguire, i depositari della verità. I-lo incontrato anche personalmente alcuni cli questi. Mi ricredetti quando, grazie anche alla mia attività cli organizzatore cli un festival cli musica contemporanea, ebbi modo cli cono– scere "altri" compositori , cli grandissima sensibilità e valore, spesso poco noti o ciel tutto sconosciuti. Quelli che se ne stanno in disparte. L'industria culturale, (in realtà un riscret– to circolo chiuso in mano a personaggi auto autorizzatisi a cleciclere su tutto), che con– feziona, inventa, protegge e propone i propri prodotti anche nella musica contempora– nea, ha creato (e continua a creare) alcune sopra- valutazioni che dovrebbero essere smascherate. Se qualcuno, fuori eia\ coro, si arrischia a denunciarle, viene immediata– mente zittito. Penso che i grandi maestri ciel secondo Novecento siano pochissimi. Sono quelli che, nella loro opera e ciascuno a loro modo, hanno capito la "difficoltà del comporre", il ché significa rendersi conto della drammatica c\iffìcoltà, per l' Uomo, cli trovare ancora possi– bili parole a dirsi, dopo le tragi che esperi enze ciel XX secol o , a cominciare c\all' Olocausto. Il pensiero contemporaneo, e quindi anche la musica, non può sottrarsi acl essere il testimone della propria epoca, con le sue contraclclizioni e le sue laceranti inquietudini. Tutto quanto è stato eletto, nell'Arte, nel secondo Novecento, eludendo questa "Testimonianza", è effimero passatempo, divertimento, gioco, intrattenimento, narcisismo, mania cli persecuzione, operetta viennese. Nell'innegabile omologazione generale, com'è possibile trovare spazi vitali per l'indipendenza e il libero pensiero? Credo che l'esigenza primaria e naturale per un compositore sia quella cli uscire dall'uni– verso comune. Non è una questione cli privilegio ma una condizione imprescindibile per chi cerca, s'interroga, esplora e inven ta. In una società sempre più intossicata eia condi– zionamenti cli ogni tipo, il compositore o si adegua o si rifugia nell'isolamento dell'uto– pia. Non si tratta cli ricerca cli originalità, cli eccentricità, che presumono un riconosci– mento e appagamento, ma, al contrario, una consapevole accettazione ci el rischio di una quasi certa esclusione e emarginazione. Quando si riesce a costruire un'isola interiore che sta nel mondo, ma è lontana dal rumo– re del mondo, allora non si ha più bisogno cli ulteriori spazi vitali e ci si appropria della dignità morale e clella libertà creativa. Si giunge alla fase bianca nella quale anche l'inte– resse per le esecuzioni delle proprie opere, passa in secondo piano. Thomas Mann ha illustrato in modo mirabile l'autoriduzione a riccio, clescrivenclo, nel suo Der Erwàblte, le vicende della diversità cli Gregorio che eia peccatore incestuoso, eremita per diciasset– te anni su una roccia solitaria, viene chiamato a Roma come papa. Esiste un legame della sua musica con i compositori della tradizione perlese? Per ereditare qualcosa, dal punto cli vista compositivo, bisogna che ci sia un patrimonio e nel caso cli Perla, per quello che mi riguarda , non esiste. La mia tradizione è l'attenzio– ne a ciò che avveniva nella musica, nel mondo progressista, lontano eia Perla, negli anni sessanta. Questi fermenti non sono stati nemmeno sfiorati, tranne un unico caso isolato (l'animatore cli Arte Viva),clai compositori perlesi dell'epoca. Agivano con una convinzio– ne localistica, contro qualsiasi novità. Come conferma il maggiore musicologo perlese, sino alla seconda guerra mondiale, Perla era una città "straussiana" . E questo la dice lunga. Non va dimenticato il fatto che Richarcl Strauss, nel 1933, era stato nominato Presidente della hitleriana Reichmusikkammer. Schi:inberg, non amato dai perlesi, in quel medesimo anno abbandonava la Germania. A Perla sono avvenuti drammatici avve– nimenti storici, l'esperienza soffocante ciel nazismo e non va sottovalu tato che esisteva un campo cli sterminio. Queste allucinanti vicende dovrebbero lasciare un segno nella poetica cli un'artista. Nella tradizione musicale perlese non c'è traccia. Sembra siano vis– suti in una specie cli limbo. Forse si è voluto mettere una pietra sopra ad un libro carico cli orrori e voltare pagina. Quando ci si chiude in un tale solipsismo, non si può osserva– re nulla oltre il proprio naso. Senza impegno profondo la musica è sempre effimera. Ne siamo invasi quotidianamente alla radio, nei supermercati, nei bar, ovunque. Rammento che c'è stato in Germania una grossa polemica su "il passato che non passa". Alcuni storici revisionisti , per evidentemente allontanare eia sé la nevrosi della colpa, arri– varono a ridimensionare anche l' Olocausto. Non capisco come si possano condividere argomentazioni cl i questo tipo. Meglio dimenticare piuttosto che testimoniare. Allora tutto cade nella superAcialità e nel più vacuo disimpegno . Il mio pensiero va a Luigi Dallapiccola che, in anni difficili (1938) , scriveva i suoi Canti di Prigionia. Lei dunque rifiuta ogni legame della sua musica con la tradizione perlese. Come vive oggi in questa città? Per esperienza personale so bene che il compositore è spesso privo ciel senso della real– tà, è come uno psicotico e non ha talvolta l'equilibrio tra le sue tensioni e il cosiddetto "senso co1nune". Io vivo a Perla ma mi sento come quel personaggio cli Le notti biancbe cli Dostojevski 1 o~
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